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News | Notizie e avvisi | Raffaele Pezzuti, Interni corporei

27 maggio - 13 giugno 2009
Biblioteca Nazionale di Napoli, Sala Leopardi
Basilica di Santa Maria della Sanità, catacombe di San Gaudioso


Interni corporei


il cosmo gridato di
Raffaele Pezzuti

Raffaele Pezzuti, The artistís suppression, 1997



inaugurazione mercoledì 27 maggio, ore 17,00

orari

Biblioteca Nazionale di Napoli, Sala Leopardi
lunedì/venerdì: 10,30 - 14,00 / 15,30 - 19,00
sabato: 10,00 - 13,00
domenica chiuso

Basilica Santa Maria della Sanità, piazza Sanità 14, catacombe di San Gaudioso
lunedì/domenica: 9,30 - 13,30

Catalogo a cura di Mauro Giancaspro
Cura redazionale e allestimento mostra: Sara Ravezzi

Fotografie: Fabio Donato

... Il parroco Antonio Loffredo non si è limitato alla cura delle anime dei suoi uomini e delle sue donne, ha voluto e vuole insistere a recuperare e promuovere le tradizioni culturali e artistiche che gravitano intorno alla basilica di Santa Maria della Sanità e al nucleo centrale del quartiere; lo ha fatto e lo fa coinvolgendo affermati artisti napoletani - Gianni Pisani, Riccardo Dalisi, Anna Maria Bova – chiamati ad operare in prima linea, a creare opere moderne da affiancare a quelle dei protagonisti della più antica tradizione artistica, come Luca Giordano; ha spinto i suoi ragazzi a conoscere meglio, e ad apprezzare, il patrimonio che il loro quartiere custodisce e talvolta nasconde, ne ha fatto, così, orgogliosi promotori e divulgatori; ha suscitato in loro la fiducia, ha sollecitato la ricerca di sopite potenzialità di artigiani, di operatori culturali, di attori. Nei suoi ragazzi Antonio Loffredo crede fermamente; li sostiene, li appoggia, li segue, anche quando si allontanano per lavorare fuori di Napoli, anche quando di loro, come nel caso di Raffaele Pezzuti, non resta che il ricordo.
Nel 2005 Antonio Loffredo coinvolse la Biblioteca Nazionale di Napoli nella mostra “Alza gli occhi e guarda”, il suggestivo reportage fotografico di Elisabetta Valentini e Simona Filippini. Indicativo il sottotitolo: “Immagini di due quartieri di Napoli, Sanità e Forcella, tra contrasti sociali e nascoste potenzialità”; immagini che fissavano non solo monumenti e testimonianze storiche, ma anche orgoglio, dignità, voglia di vivere e di recuperare, scintillanti nei volti delle persone ritratte. Nacque, allora, un rapporto di sinergia tra la parrocchia di Santa Maria della Sanità e la Biblioteca Nazionale di Napoli, sviluppato non solo sul comune percorso di difesa della memoria storica e della tradizione, ma anche, e soprattutto, sull’attenzione al presente sociale cui l’una e l’altra devono, e possono, istituzionalmente attendere. Alla luce di questa cooperazione e delle iniziative già realizzate, accettammo l’idea di studiare la possibilità, attraverso l’attività di promozione culturale della biblioteca, di valorizzare, di dare giusta e opportuna conoscenza dell’opera di Raffaele Pezzuti.

Vagamente delineato intorno a una proposta, il progetto ha preso improvvisamente corpo e si è innervato di una carica emozionale intensissima quando Don Antonio e Alfredo Pezzuti, padre di Raffaele, hanno portato in biblioteca un piccolo archivio fotografico dell’opera del giovane artista. L’impatto con l’opera di un artista assai poco conosciuta è stato così emozionante che non rimaneva altro che definire i particolari: una data e una selezione delle opere, dato il loro numero e gli spazi della Sala Leopardi, sede espositiva della Biblioteca Nazionale di Napoli.
L’opera di Raffaele Pezzuti, infatti, ha sullo spettatore un immediato impatto traumatico e dirompente, presentandosi, già al primo approccio, come figlia di un espressionismo graffiante e impietoso; un espressionismo lacerante, certamente testimone fedele della violenza e della sopraffazione di cui l’uomo di oggi è, ed è stato, capace di armarsi contro i suoi simili.
La sua è una pittura “gridata” e prorompente. In un appunto inedito dell’agosto 2000 l’artista ha confessato: “Si può gridare, come penso di fare molte volte, ma quel grido di liberazione, di sfogo, è eterno e non trova risposta nell’atto, bisogna dipingerlo per vederlo, soffrirlo e rinnegarlo”. E ancora: “Sogno sempre un uomo che grida, quasi tutte le notti. È un’ossessione. Sono io, io che cerco di sputare il male che è dentro, fuori, intorno, davanti e soprattutto dentro di me”. Fatale e inevitabile, quasi, che nelle sue annotazioni citi Edward Munch, sicuramente avendo in mente l’agghiacciante Urlo, nel quale un uomo stravolto dal dolore fa esplodere un lancinante grido silenzioso.
Il dolore è, dunque, protagonista assoluto della sua opera: un dolore che genera nei personaggi dei suoi quadri un’acuta e vibrante tensione, quasi che ogni uomo e ogni donna, sorpresi nella loro intimità più scabrosa, a tratti impudica, avvertano il dilaniante contrasto tra l’animo, immateriale e immarcescibile, e il corpo deperibile, l’uno proteso verso mete sempre irraggiungibili, ma immaginabili o conseguibili solocol sogno,l’altroirrimediabilmente consunto da una caduca fisicità. L’uno potrebbe assai improbabilmente rendere legittima l’illusione, l’altro naufraga, sicuramente e inesorabilmente, nella delusione
. ...

Dal testo in catalogo di Mauro Giancaspro

Raffaele PezzutiRaffaele Pezzuti è nato l’11 Agosto del 1972 a La Spezia e presto si è spostato con la famiglia nella capitale partenopea. Rivelando sin dalla più tenera infanzia un prorompente bisogno di espressione è cresciuto, nella cornice serena di affetti saldi e di una città traboccante di colore ed energia, con le matite ed i pennelli alla mano, riversando su fogli e tele quelle gioie, quelle speranze e quelle paure che da sempre accompagnano la giovane età. Dopo aver studiato al liceo artistico ed essersi diplomato a pieni voti nel 1994 all’Accademia di Belle Arti di Napoli, ha proseguito autonomamente la sua ricerca pittorica, rifuggendo fermamente da qualsivoglia compromesso che gli avrebbe sicuramente appianato la strada.
Amava studiare le vite degli artisti, magari alla volta di decodificare meglio sé stesso. Ha amato le forme potenti di Michelangelo, la luce dissacrante di Caravaggio, l’ineguaglibile energia pittorica e psicologica di Rembrandt, la pennellata carica di amore e dramma di Van Gogh; e ancora Goya, Velasquez, Munch e tra i moderni l’immancabile Picasso.
Ma soprattutto ha amato l’uomo nelle infinite sfaccettature del suo esistere, pericolosamente in bilico tra infinita grandezza e sterile brutalità, ricettacolo di quel soffio vitale che è dono inalienabile da custodire e far fruttificare ogni giorno. Quando l’intimo sentire di un essere umano lo porta a sentirsi partecipe della sofferenza continuamente generata tutt’intorno le prospettive che si aprono davanti sono sostanzialmente due: chiudersi nel proprio mondo - “Munch aveva questo problema e la sua casa divenne la soluzione. Non vedere, non sentire, non morire ogni giorno” - oppure buttarsi negli infernali ingranaggi della vita, consapevoli però del rischio di venirne fagocitati.
Raffaele ha seguito la seconda e impervia via e lo ha fatto col sorriso sul volto, con quel fare allegro e giocherellone che tanto i suoi cari amavano. Allora si può tentare di spiegare come, appena ventenne e all’insaputa dei genitori, Raffaele si prodigasse nell’assistere i malati terminali in ospedale, oppure di come più tardi andasse “raccattando” i senzatetto per offrirgli un piatto caldo e del calore umano. Immediato è capire che questo suo non risparmiarsi verso gli altri non abbia risparmiato a lui angoscia e dolore: “spesso credo di essere segnato, come avere un marchio di identificazione di cui non devo mai dimenticarmi”.
A 27 anni è partito alla volta di Milano, città che destava in lui la speranza di incontrare un ambiente artistico fecondo ed attento alla voce dei giovani, ma la disillusione arrivò presto, aggravata dal fatto che in quel periodo i mercanti d’arte richiedevano esplicitamente opere non-figurative e con qualche difficoltà riuscì a trovarne uno interessato al suo lavoro. Iniziò per lui un periodo difficile in cui, per portare avanti ciò che si era prefisso, lavorava di giorno e dipingeva di notte, ma si sentiva spesso con le mani legate.
Nell’anno 2002 in un turbine di eventi che ha del tragico e del sublime insieme, tutto è venuto a compimento: l’incontro con la persona che aveva aspettato per una vita intera, il matrimonio, l’attesa di un figlio e repentinamente, a soli trent’anni, la sua tragica scomparsa.


info: 333.9066045
sara.pezzuti@libero.it
segreteria di direzione: 081.7819212

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